ottobre 2009 A proposito di influenza suina…c’è sempre un interesse mascherato… L’IRONIA NEL SUO MIGLIOR STILE 2000 persone contraggono l’influenza suina e ci si mette la mascherina… 25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo… PANDEMIA DI LUCRO Che interessi
economici si muovono dietro l’influenza suina? Nel mondo, ogni
anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si potrebbe
evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi.. Polmonite e molte
altre malattie curabili con vaccini economici, provocano la morte di
10 milioni di persone ogni anno. Ma quando
comparve la famosa influenza dei polli… i notiziari mondiali ci
inondarono di notizie… un’epidemia è più pericolosa di tutte,
una pandemia! Non si parlava d’altro, nonostante questa influenza
causò la morte di 250 persone in 10 anni… L’influenza
comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo.…Mezzo
milione contro 25. Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani… felici per la nuova vendita milionaria. La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari della salute… Se l’influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione, se l’Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla cinese Margaret Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per combatterla? DIFFONDI QUESTO MESSAGGIO COME SE SI TRATTASSE DI UN VACCINO, PERCHE’ TUTTI CONOSCANO LA REALTA’ DI QUESTA “PANDEMIA”. Dr.
Carlos Alberto Morales Paita luglio 2009 Il falò delle illusioni di MASSIMO GIANNINI Tremonti che parla alla Camera ricorda il presidente americano Coolidge che scrive al Congresso, nel dicembre del 1928: "Dovete considerare il presente con soddisfazione e prevedere il futuro con ottimismo...". Pochi mesi dopo ci sarebbe stato "Il Grande Crollo" del '29, raccontato da Galbraith. Il "mantra" governativo è sempre lo stesso, assolutorio e rassicurante. Abbiamo fatto tutto ciò che era giusto e necessario per aiutare famiglie e imprese, per finanziare consumi e investimenti, per sostenere reddito e occupazione: la crisi è finita, andate in pace. Anche nell'ambito della politica economica, come in quello dell'etica pubblica, vero e falso si mescolano, realtà e finzione si sovrappongono, e al Paese si narra "un'altra storia". Così, ancora una volta, per riconciliarsi con la forza oggettiva dei fatti non resta che ascoltare la voce di una delle poche istituzioni rimaste incontaminate, al di fuori del perimetro sempre più pervasivo del berlusconismo. In un involontario, ma salutare contrappunto parlamentare, il governatore della Banca d'Italia ci ha spiegato tre verità fondamentali. maggio 2009 ECCO COME TROVARE I SOLDI NECESSARI PER LA RICOSTRUZIONE IN ABRUZZO E SE RINUNCIASSIMO A 131 AEREI CACCIABOMBARDIERI? Gli economisti ne avevano calcolato puntigliosamente i benefìci: accorpare il referendum alle elezioni già previste per le europee e le amministrative, il 6 e 7 giugno prossimi, avrebbe fatto risparmiare circa 400 milioni di euro. Cifra superiore al tetto di spesa per il 5 per mille (che è di 380 milioni), e due volte tanto il costo della tanto strombazzata social card. Saranno soldi pubblici sciupati malamente, in un momento in cui gli italiani, con generosità, aiutano con i loro soldi le vittime del terremoto d’Abruzzo. Uno spreco che i cittadini non capiscono né accettano. I politici potranno arrampicarsi sugli specchi (come stanno facendo), ma non c’è una sola "buona ragione" che giustifichi tanto spreco. O meglio, una ragione c’è: il ricatto della Lega, che tiene sotto scacco il Governo e il Paese intero. L’ha ammesso il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che pubblicamente ha espresso i suoi dubbi: «Sarebbe un peccato se per la paura di pochi si rinunciasse a tenere il referendum il 6 e 7 giugno, spendendo centinaia di milioni che potrebbero essere risparmiati». Anche la Confindustria è irritata, e la sua presidente, Emma Marcegaglia, non è stata tenera: «Una cosa inaccettabile». C’è poi il disarmato sconcerto di chi, semplice cittadino, solidale con i terremotati, s’è trovato ad assistere a un altro stucchevole dibattito: togliere (solo per quest’anno, per carità!) la possibilità di destinare il 5 per mille alle organizzazioni di volontariato, che tanto si danno da fare contro la povertà e l’emarginazione, sia in Italia che all’estero; anzi, no, aggiungere una specifica voce "pro terremoto" nella casella del 5 per mille. Come dire, "una
guerra tra poveri", una sorta di sondaggio se aiutare o no le
popolazioni abruzzesi, in concorrenza con altre "emergenze
ordinarie" (assistenza agli anziani, ai disabili, ai minori...).
«Non si può mettere in concorrenza l’associazionismo, il
volontariato e l’Abruzzo, quasi fossero cose opposte o
alternative», ha detto il presidente delle Acli, Andrea Olivero,
«quando è il volto dell’associazionismo e del volontariato il
primo che hanno potuto vedere i terremotati colpiti da questa
sciagura» marzo 2009 Morte ai fanatici ambientalisti di DARIO FO Proprio ieri 24 febbraio il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato a camere riunite il suo progetto riguardo la produzione di energia e ha specificato che la produzione sarà pulita e rinnovabile. Inoltre, ha annunciato la quota di denaro che lo Stato americano ha intenzione di stanziare a cominciare da subito. Ha aggiunto: "Il nostro primo obiettivo è quello di riuscire ad abbattere drasticamente l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra". Il giorno stesso, a Roma, il nostro primo ministro Berlusconi firmava un accordo per attuare nel nostro paese l'impianto di ben quattro centrali nucleari di terza generazione, e non ha assolutamente parlato dei problemi di riscaldamento globale. Segnaliamo a questo proposito che l'inquinamento della città di Milano per ben 35 giorni sui 55 dall'inizio dell'anno ha superato il livello di inquinamento atmosferico, raggiungendo i 171 microgrammi di polveri sottili, contro i 50 del limite europeo. Ma il Governo italiano e il Comune di Milano non fanno una piega.
Tornando al nucleare, Berlusconi ci dà notizia dell'avvenuto accordo sfoderando un sorriso compiaciuto. E aggiunge che finalmente si è "abbattuto il fanatismo ecologico di una parte politica che già vent'anni fa ci aveva impedito di terminare la costruzione di due nuove centrali". Quindi si torna al nucleare? Ma come, ci siamo battuti tanto, il 70% degli italiani nel referendum sulle centrali ha votato contro, e lui ci definisce in massa fanatici dell'ecologia? E specifica che quello nucleare è un metodo ormai controllabile e sicuro. Ma come sicuro? Silvio, ti sei scordato che non più tardi dell'anno scorso in Francia succedeva un disastro: dall'impianto nucleare più importante della nazione, fuoriuscivano scorie tossiche che colpivano dieci operai. "Ma, calma!" dice il ministro francese, "degli operai sono stati colpiti dalle esalazioni, è vero, ma solo leggermente". Cosa significa "leggermente"? Significa che i danni procurati alla salute di quei dipendenti sono insignificanti: gli son diventati i capelli un po' azzurri, gli occhi fluorescenti e la pelle leggermente squamata. Qualcuno ha anche le branchie, ma gli stanno bene. ......leggi il seguitofebbraio 2009 FINO A CHE CI SONO EBREI COSI', FORSE LA SPERANZA PER LA PACE IN PALESTINA NON E' MORTA.... ASSOLUTAMENTE NO! NON IN LORO NOME, NON
IN NOSTRO NOME Ehud Barak, Tzipi Livni, Gabi Ashkenazi e Ehud Olmert non osate mostrare le vostre facce ad una qualche cerimonia in memoria degli eroi del ghetto di Varsavia, di Lublin, Vilna o Kishinev. E pure voi, leader di Peace Now, per cui pace significa pacificazione della resistenza palestinese con ogni mezzo, compresa la distruzione di un popolo. Quando sarò lì, farò personalmente del mio meglio per espellere chiunque di voi da questi eventi, perché la vostra stessa presenza sarebbe un immenso sacrilegio. Non in loro nome Non avete diritto di parlare in nome dei martiri del nostro popolo. Non siete Anne Frank del campo di concentramento di Bergen Belsen......leggi il seguitogennaio 2009 Mustafa Barghouthi* LETTERA DA RAMALLAH La
morale dei caccia- E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto? E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti. E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro? Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei,americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra. So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza? * Parlamentare palestinese, leader del partito di sinistra Mubadara (L'Iniziativa) Traduzione di Francesca Borri ottobre 2008 AVVICENDAMENTO NEL GRUPPO CONSIGLIARE DI ALTERNATIVA DEMOCRATICA Come già deciso da tempo in Alternativa Democratica, c'è stata una modifica all'assetto del Gruppo Consigliare: sono usciti Giuliano Rizzato e Renzo Baruzzo a cui sono subentrati Stefania Cervellin e Antonio Centomo. Alternativa Democratica ringrazia Giuliano e Renzo per tutto l'impegno leale e disinteressato che hanno donato alla comunità in tutti questi anni di servizio al Paese. Auguriamo ai nuovi consiglieri Stefania e Antonio un profiquo e sereno lavoro all'interno del Gruppo Consigliare. settembre 2008 Quelle vittime di serie B I decessi sul lavoro e nella strada non fanno paura agli italiani (la Repubblica, domenica 10 agosto
2008) Siamo una società insicura, tanto abituata a sentirsi tale da non farci neppure caso. Insicura per default. Abbiamo molte paure che tracimano in un unico bacino, nel quale si deposita un sentimento inquieto. Una paura di fondo. Che ci accompagna dovunque. Non ci lascia mai soli. Anche se non ne siamo consapevoli. Eppure non tutte le paure sono uguali, hanno la stessa dignità, la stessa audience e la stessa evidenza mediatica. Il medesimo impatto politico. Quando si parla di "paura", per esempio, oggi pensiamo immediatamente all´incolumità personale. E quando pensiamo alla incolumità personale pensiamo immediatamente alla criminalità, comune ed eccezionale, che ci minaccia dovunque. Da vicino. Noi, i nostri cari, le nostre abitazioni. Ladri, aggressori, violentatori, rapinatori, pedofili. Perlopiù, stranieri, immigrati e zingari. Gli "altri" per definizione. Siamo eterofobi. Temiamo di essere insidiati, che i nostri figli e i nostri familiari vengano aggrediti. Dagli altri. Per questo gran parte degli italiani guarda con favore all´impiego sul territorio di esercito, polizia, ronde padane e democratiche. Tutto quanto renda "visibile" la sorveglianza sulla nostra incolumità. Sulla nostra sicurezza. A prescindere dall'efficacia che realmente sono in grado di garantire. Preoccupano di meno, invece, altri rischi che incombono sulla nostra vita. E sulla nostra morte. Gli infortuni sul lavoro. Gli incidenti che avvengono sulla strada. Per non parlare di quelli domestici. I quali avvengono, cioè, tra le mura delle nostre abitazioni. Eventi tragici che ricevono, perlopiù, evidenza minore sui media. Salvo che in situazioni molto particolari. L´esplosione alla ThyssenKrupp, che ha provocato la morte di 7 operai. Oppure l´incidente (auto)stradale in cui, qualche giorno fa, sono decedute 7 persone presso Treviso. O, ancora, quello di cui è stato vittima Andrea Pininfarina. Imprenditore di grande qualità manageriale (e, ancor prima, umana), alla guida di una grande azienda legata all´industria dell'auto. Casi eccezionali, per le proporzioni dell´evento o per la specifica identità della vittima. Mentre, in generale, all´emozione del momento subentra, rapida, la rimozione. Un sentimento di sottile fastidio, non dichiarato e neppure ammesso. Quasi che quegli avvenimenti non ci coinvolgessero in modo diretto. Eppure, ogni giorno in Italia (dati Istat per ACI) si verificano oltre 600 incidenti che causano la morte di circa 15 persone e il ferimento di 800. Nel complesso, in media, ogni anno, sulle strade, decedono circa 5mila persone, mentre 300mila subiscono traumi e lesioni di diversa gravità. Quanto agli incidenti sul lavoro (fonte INAIL), provocano circa 1000 morti ogni anno. Nel 2008, fino ad oggi, oltre 400 persone sono morte di lavoro, mentre 11mila sono rimaste ferite o invalide. Come ha rammentato di recente il Censis, rispetto agli omicidi, i morti sul lavoro sono quasi il doppio e i decessi sulle strade otto volte di più. Tuttavia, il grado di visibilità offerto dai media è inverso rispetto alla misura di questi tipi di episodi. Non c´è paragone. Vuoi mettere i delitti di Cogne e Perugia? La tragica aggressione avvenuta nel quartiere romano della Storta? Fa eccezione la saga delle "morti del sabato sera". Un serial che si ripete, perché evoca altri scenari, più attraenti. La gioventù bruciata dai rave tossici consumati nelle discoteche o in altri luoghi di perdizione. Ma, per il resto, è un basso continuo. Da cui si stacca qualche onda episodica, destinata a venire riassorbita da un solido senso di abitudine. Il fatto è che le morti sul lavoro e, ancor più, sulle strade incombono su di noi. Sui nostri familiari. Perché i luoghi di lavoro ma, soprattutto, le strade, in Italia, sono fra gli ambienti più insicuri d´Europa. Lavorare è pericoloso. Da noi più che altrove. Per diverse ragioni, per diverse cause. Per colpa dei contesti. Le aziende, i luoghi di lavoro, dove il rispetto delle regole e delle condizioni di sicurezza è spesso disatteso. E gli stessi lavoratori, talora, le disattendono. Perché costretti. Ma anche per abitudine e imprudenza routinaria. (Molte vittime, peraltro, sono lavoratori autonomi). Circolare è altrettanto – forse più – pericoloso. Di nuovo: per lo stato della nostra rete viaria. E per la generale e generalizzata tendenza a bypassare le regole. D´altronde, chi si sentirebbe "colpevole", peggio, un criminale per aver parcheggiato in doppia fila o per aver attraversato col rosso? Colpa dello Stato. Lo stesso che ci costringe a "evadere" le tasse. Per legittima difesa. Non fanno paura, i luoghi di lavoro, agli italiani, quanto le proprie case. Dove temono di venire aggrediti e derubati dagli "altri". (Ma la maggior parte delle aggressioni e delle violenze avvengono per mano di familiari e vicini di casa). Egualmente per quel che riguarda le strade: sono più preoccupati quando le attraversano da soli, a piedi, magari a tarda ora, piuttosto che in auto o in moto. A grande velocità. E´ probabile che questo orientamento rifletta una consolidata definizione dei fattori di rischio. Morire per il lavoro lascia, ogni volta, un vuoto incolmabile. Però, in fondo, è "socialmente" sopportato. Nonostante la reazione costante di molte autorevoli voci (per prima quella del Presidente della Repubblica). Perché il lavoro è necessità, ma anche virtù e valore. Mezzo per vivere e ragione di vita. Per questo, morire sul lavoro, è doloroso. Un abisso. Ma ha "senso". Come un male incurabile. Morire o ammazzare altre persone sulle strade. Ha meno "senso". Però è accettato. Non quando ci tocca di persona, ovviamente. Ma quando ne sentiamo gli echi sui media. Ce ne facciamo una ragione. Perché viaggiare in auto o in moto comporta rischi calcolati. Accentuati dalla diffusa e regolare "irregolarità". Quelli che viaggiano senza cinture, quelli che telefonano alla guida, quelli che se ne sbattono dei limiti di velocità, quelli che fanno zig-zag su strade e autostrade, per superare chi sta di fronte. Non sono considerati "criminali". Ciò che fanno non è ritenuto un atto "criminoso". Nessuno, di conseguenza, invoca le camicie verdi a presidiare i luoghi di lavoro, per assicurare il rispetto delle norme di sicurezza. Per controllare e denunciare imprenditori o lavoratori "non in regola". E nessuno invoca l´intervento dell'esercito sulle strade a scoraggiare comportamenti criminosi (che, d'altronde, non sono considerati tali). Morire sul lavoro o sulle strade non fa spettacolo e non sposta voti. Non favorisce il governo né l'opposizione. Né la destra né la sinistra. Perché al centro di questi reati, di queste trasgressioni non sono gli altri. Siamo noi, i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri stili di vita. Per cui, facciamoci coraggio: nei cantieri e sulle strade vi saranno ancora vittime. Troppe. Accompagnate da molto dolore, un po´ di rabbia e tanta rassegnazione. luglio 2008 Un bluff l’abolizione dei ticket
sulla specialistica
Il governo con l’emendamento 60.02 dichiara di voler abolire per il 2009 il ticket sulla specialistica. Si tratta di un bluff! La copertura predisposta nella realtà non esiste. A fronte di un onere stimato in 834 milioni di euro, che il Governo Prodi per l’anno 2008 aveva trovato, l’attuale governo, prendendo “in giro tutti” stanzia effettivi solo 50 milioni di euro (comma 21 lettera a) demandando poi alle regioni la ricerca delle risorse per i restanti 784 milioni di euro. La situazione, però è ancora più drammatica! Non solo, si demanda alle regioni il compito di trovare le risorse necessarie ma, eccetto 7 milioni di euro che dovrebbero derivare dalle riduzioni dell’indennità del 20% delle funzioni spettanti ai direttori generali delle ASL, ai direttori sanitari, ai direttori amministrativi ect. (comma 16) e 70 milioni di euro che dovrebbero derivare dalla riduzione da parte delle stesse regioni degli oneri degli organismi politici e degli apparati amministrativi (comma 18), i restanti, devono essere trovati, cito testualmente il comma 22 dell’articolo 60.02 dalle regioni applicando “in misura integrale o ridotta, la quota di partecipazione abolita ai sensi del comma 20, ovvero altre forme di partecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria di effetto finanziario equivalenti”. Il governo dice di abolire i ticket e poi poche righe più sotto da mandato alle regioni di reintrodurli se queste non hanno altri finanziamenti ! Altro che finanza allegra! Questo è un vero e proprio scarico delle responsabilità verso le regioni. La strada intrapresa dal governo è ormai ben chiara: decidere in modo unilaterale mettendo le Regioni di fronte al fatto compiuto. L’emendamento sulla falsa abolizione dei ticket si aggiunge alla riduzione degli stanziamenti per la sanità di 5 milioni di euro per gli anni 2010 e 2011, alle modifiche in via normativa (art. 79, lettera b) della riduzione dei posti letto, della pianta organica del personale nonché dei tagli ai fondi per la contrattazione integrativa dei medici e degli operatori sanitari, scardinando così il Patto per la salute, siglato nel settembre 2006, con il quale, per la prima volta, si era finalmente aperta una nuova stagione di condivisione, collaborazione e responsabilità tra tutti i soggetti interessati per un governo integrato del Servizio sanitario nazionale. La rottura unilaterale da parte dell’esecutivo del “Patto per la salute”, nonché la falsa abolizione dei ticket sulla diagnostica è destinata a porre fine a quella politica di “governo condiviso” che dal 2006 ha consentito di recuperare piano, piano il controllo sulla spesa sanitaria apertosi negli anni 2000 – 2006. Ora è ancora più chiaro, l’obiettivo primario del governo attuale è solo quello di ridurre i costi, di fare cassa, senza minimamente preoccuparsi né della qualità dei servizi erogati né della salute dei cittadini. Chi sa, se si parlerà ancora di rafforzamento della prevenzione, di riorganizzazione e di potenziamento delle cure primarie e di quelle ospedaliere per dare quella continuità assistenziale dall’ospedale al domicilio del “cittadino paziente” affinché sia reso, una volta per tutte, effettivo ed universalistico il diritto alla salute? on. Daniela Sbrollini luglio 2008 SILENZIO ASSORDANTE CONTRO L’INDECENTE PROPOSTA DI MARONI PRIMA
PERÒ LE IMPRONTE Alla prima prova d’esame i ministri "cattolici" del Governo del Cavaliere escono bocciati, senza appello. Per loro la dignità dell’uomo vale zero. Il principio della responsabilità di proteggere (cioè, il riconoscimento dell’unità della famiglia umana e l’attenzione per la dignità di ogni uomo e donna), ampiamente illustrato da papa Benedetto XVI all’Onu, è carta straccia. Nessuno che abbia alzato il dito a contrastare Maroni e l’indecente proposta razzista di prendere le impronte digitali ai bambini rom. Avremmo dato credito al ministro se, assieme alla schedatura, avesse detto come portare i bimbi rom a scuola, togliendoli dagli spazi condivisi coi topi. Che aiuti ha previsto? Nulla. Il prefetto di Roma, Carlo Mosca, s’è rifiutato di schedare, il presidente del Veneto, Galan, ha parlato di "fantapolitica", ma il ministro non arretra d’un millimetro. Non stupisce, invece, il silenzio della nuova presidente della Commissione per l’infanzia, Alessandra Mussolini (non era più adatta Luisa Santolini, ex presidente del Forum delle famiglie?), perché le schedature etniche e religiose fanno parte del Dna familiare e, finalmente, tornano a essere patrimonio di Governo. Non sappiamo cosa ne pensi Berlusconi: permetterebbe che agenti di polizia prendessero le impronte dei suoi figli o dei suoi nipotini? A sessant’anni dalle leggi razziali, l’Italia non ha ancora fatto i conti con le sue tragiche responsabilità (non ce ne siamo vergognati abbastanza). In particolare, quei conti non li ha fatti il Centrodestra al Governo, se un ministro propone il concetto di razza nell’ordinamento giuridico. Perché di questo si tratta. Come quando i bambini ebrei venivano identificati con la stella gialla al braccio, in segno di pubblico ludibrio. Oggi, con le impronte digitali, uno Stato di polizia mostra il volto più feroce a piccoli rom, che pur sono cittadini italiani. Perché non c’è la stessa ostinazione nel combattere la criminalità vera in vaste aree del Paese? Rende meno, forse, politicamente? Ma c’è di più. Stiamo assistendo al crepuscolo della giustizia e alla nascita di un diritto penale straordinario per gli stranieri poveri. La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia (firmata anche dall’Italia, che tutela i minori da qualsiasi discriminazione) non conta più niente. La schedatura di un bambino rom, che non ha commesso reato, viola la dignità umana. Così come la proposta di togliere la patria potestà ai genitori rom è una forzatura del diritto: nessun Tribunale dei minori la toglierà solo per la povertà e le difficili condizioni di vita. È giusto reprimere, con forza, chi nei campi nomadi delinque, ma le misure di Maroni non servono a combattere l’accattonaggio (che non è reato). C’è un solo modo perché i bambini rom non vadano a rubare: mandarli a scuola. Qui, sì, ci vorrebbe un decreto legge perché, ogni mattina, pulmini della polizia passassero nei campi nomadi a raccoglierli. Per la sicurezza sarebbero soldi ben spesi. Quanto alle impronte, se vogliamo prenderle, cominciamo dai nostri figli; ancor meglio, dai parlamentari: i cittadini saprebbero chi lavora e chi marina, e anche chi fa il furbo, votando al posto di un altro. L’affossa "pianisti" sarebbe l’unico "lodo" gradito agli italiani. Da FAMIGLIA CRISTIANA n.27 del 6 luglio 2008 giugno 2008 Fuori la paura “Mai come oggi il mondo è arroccato dietro
posizioni chiuse ed identitarie. La nostra missione deve essere quella
di combattere l’egoismo sociale, di rompere il clima di paura, di
rigenerare speranza. A partire dalle giovani generazioni”. Con queste
parole, il segretario del PD Walter Veltroni è intervenuto a Roma in
occasione di un incontro con delle associazioni
giovanili. “Viviamo in un’epoca nella quale tutto viene condizionato da un profondo sentimento di paura”. Sentimento diffuso con capillare efficacia e profondità. La politica, gli opinion leader, i media: sembra quasi un complotto. Veltroni fa degli esempi: “Due giorni fa tutti i media davano la notizia di una fuga di scorie tossiche da una centrale nucleare in Slovenia, senza neppure dare il tempo di fare accertamenti”, e scoprire che in realtà si trattava solo di fughe d’acqua. “Allo stesso modo, l’altro ieri, tutte le edizioni on line dei quotidiani nazionali davano come una delle prime evidenze la notizia che un cittadino italiano aveva stuprato una ragazza marocchina, ben specificando la nazionalità di entrambi”. E’ questo il circolo vizioso che Veltroni auspica si possa spezzare. Un circuito che entra nelle viscere della gente, anche di molti ragazzi. Un circuito che non consente ad una società di crescere, ma che la richiude dentro se stessa e le sue paure. Paura, è questa la parola che il leader del PD cita più spesso durante suo intervento. Paura del diverso, paura di tutto ciò che si allontana dalla nostra concezione del mondo. Paura del futuro. La condizione che i cittadini italiani si trovano ad affrontare è difficile, non si può fare finta che i problemi non esistono. Ma le “risposte semplificate” ai problemi non servono a nulla. Oggi, purtroppo, sembra prevalere “un ceto politico e mediatico” che punta a proporre soluzioni “illusorie ed effimere”, che alimenta e sovradimensiona la paura. E che sembra offrire come unica risposta l’arroccamento dietro posizioni identitarie. Da qui l’idealizzazione della parola ‘rom’, “tre lettere per una parola che è diventata una sorta di capro espiatorio”. Ed appunto, le risposte illusorie, come l’introduzione del reato di clandestinità, “un errore del quale i cittadini capiranno ben presto l’inefficacia”. Per fare uscire la società italiana da questo circolo, occorre innanzi tutto riconsegnarle certezza sociale e speranza nel futuro. “L’unica cosa di cui avere paura è la paura, diceva Roosvelt”. E’ la paura che fa prevalere nella società un senso di conservazione e non di innovazione. E allora serve minare le basi di questo paradigma. Serve lottare contro il precariato che nega un futuro ai nostri giovani, serve fare tornare la scuola al centro delle grandi questioni nazionali, farla diventare un grande laboratorio sociale. Servono spazi per i giovani, dove sviluppare cultura, creatività. “E’ l’idea – dice Veltroni – di una società aperta, che investe per le giovani generazioni”. Una società che apre se stessa davanti alle giovani generazioni. “Abbiamo bisogno di nuove generazioni che diventino protagoniste, senza i difetti delle vecchie generazioni”. Il tutto rientra in un quadro più generale. Quello che Veltroni chiama “egoismo sociale” e che sembra pervadere tutti i diversi ambiti e livelli della nostra società. “Dobbiamo avere il coraggio di combattere tutto questo. Di restituire certezze e speranze”. Perché, come recita il finale di un film di Sean Penn, citato in conclusione del suo intervento, “la felicità è tale solo se è condivisa”. marzo 2008 L'ultimo Consiglio Comunale si è
svolto a Marano il 19 dicembre 2007. Le risposte possono essere due: o le
decisioni vengono effettuate all'interno del “palazzo” e non
vengono pubblicizzate alla cittadinanza oppure c'è un
immobilismo dell'Amministrazione che non sa “che pesci pigliare”. Eppure argomenti per cercare la
condivisione nel paese ce ne sono moltissimi: Probabilmente tutte le dichiarazioni di apertura e condivisione dei problemi con tutte le forze politiche del paese erano “fumo negli occhi”, ma in realtà lo spirito è sempre lo stesso: avanti con il vecchio modo di fare politica... Ci saranno pure in questo Paese delle forze “sane” che vogliono costruire un futuro serio per tutti noi? Chi fa il primo passo avanti? Noi ci siamo... Tony C. |